MATERIALI

LA MATRICE ANTICA

a cura di Giovanni Cislaghi, Marco Prusicki e Claudia Candia

Acque. Il torrente Guisa, Tirone, Merlata
“Il torrente Guisa nasce presso Cogliate passa per Solaro, Cesate, Garbagnate ed Ospiate; poco a valle di quel paesello si unisce al Tirone precisamente presso la Madonna del Bosco; le due acque riunite prendono oggi il nome di Merlata, e proseguono fino al Cimitero di Musocco costeggiandone i lati nord-Ovest e Sud-Ovest per poi scaricare nell’Olona poco al di sopra della Cascina Mojetta.
Anticamente però pare che la Merlata raggiungesse prima l’Olona nella località dove ancora oggi trovasi la Cascina Chiusa, sicchè il tratto attuale di Olona dalla Cascina Chiusa fino al brusco risvolto poco sopra a S. Siro, avrebbe potuto essere appartenente al corso della Merlata (Guisa e Tirone) affluente della Mossa ossia della Lombra; ma forse anche la Merlata aveva un corso più lungo diretto a Sud- Est, che alla Cascina Chiusa venne interrotto colla nota derivazione dell’Olona da Lucernate a San Siro”.
(F. Poggi, Le fognature di Milano, Milano 1911, p.178)

 

La centuriazione
“Nell’area fra Ticino e Adda dall’altezza di Milano al Po e nella fascia centrale del Ticino in genere, […] la nota dominante è data dalla pendenza della pianura da N a S e da W a E e , quindi, dalla direzione dei fiumi maggiori e minori verso SE. Non è un caso che le divisioni agrarie romane, per quel che ne sappiamo nonostante l’inventario sia ancora lacunoso a causa delle gravi difficoltà presentate dalla cartografia, mostrino un orientamento fondamentale da NNW a SSE per i cardini, da ENE a WSW per i decumani, pur con indicazioni più o meno accentuate. […]
La minuta e consapevole conoscenza del terreno mostrata dai Romani in questa area, conoscenza del terreno mostrata dai Romani in questa area, conoscenza che si coglie in modo evidente negli schemi delle centuriazioni, sapientemente scelti ma anche sapientemente variato, non poté non influire sia su tracciamento sia sulla affermazione e conservazione delle vie”.
(P. Tozzi, Caratteristiche e problemi della viabilità nel settore meridionale del territorio di Mediolanum, in “Athenaeum”, LXII, 1984, pp. 230-251)

“La centuriazione non dipende da principi astratti ma da un puntuale apprezzamento delle necessità agricole soprattutto dell’irrigazione e dello scolo delle acque. La centuriazione attesta l’applicazione di principi concreti e uno sfruttamento razionale delle risorse”.
(G.A. Mansuelli, Urbanistica e architettura della Cisalpina fino al III sec. e.n., Bruxelles, 1971)

 

La strada per Gallarate
“L’inizio di queste tracce si ha a 5 chilometri di distanza in linea retta, partendo con un angolo a un dipresso di circa 38° verso nord-ovest, da un punto di Milano che può essere fissato a metà fra l’inizio di via Magenta ed il centro di Largo Cairoli. A questa distanza ed in questa direzione un elemento topografico che richiama la nostra attenzione è costituito da corso dell’Olona che a partire da circa 4000 metri più avanti vale a dire all’altezza di Pero, scende sin qui quasi in linea retta, avendo più o meno paralleli alla sua riva nord, da poche decine di metri ad un centinaio al massimo, sia vari sentieruccoli fra cascina e cascina, sia diversi tratto di confine fra i comuni di Trenno e Musocco.
L’insieme di per se potrebbe anche essere detto di natura casuale: ma considerandosi i resti sul terreno che più oltre si riscontrano assume un ben preciso significato. Questi elementi, cioè, non vi è dubbio debbano rifare la loro disposizione all’antico decorrere tra loro per il lungo, della nostra via. Settecentocinquanta metri dopo la Casina San Leonardo raggiunta infatti sempre in linea retta la strada statale del Sempione al chilometro nove da Milano, palesissime tracce prendono a susseguirsi denunciando come i sentieri e i confini sopra ricordati siano sena alcun dubbio sorti in rapporto ad un antico unico lunghissimo rettifilo”.
(P. G. Sironi, Sulla via romana Mediolanum –Verbanus in “Archivio Storico Lombrado” LXXIX (1962) pp. 199-214).

 

Il bosco della Merlata
“E’ volgare tradizione, presso molti, che i nostri nonni non viaggiassero e che venendo da Como a Milano, dovendo attraversare il bosco della Merlata, facessero testamento come il crociato che si recava in Terra Santa.”
“Maggior fama godette la Mergasciada, ove i milanesi si recavano nella stagione primaverile a mangiare gli asparagi. L’osteria esiste ancora oggi alla biforcazione della strada Varesina e Comacina, nel luogo ove in altri tempi si stendevano i boschi della Merlata, rimasti celebri nella tradizione popolare per le aggressioni che vi accadevano. Le paurose leggende, ancor vive nel popolo, che ricordano le gesta di Battista Scorlino e Giacomo Legorino, hanno lasciato traccia in alcuni affreschi visibili ancora nell’osteria, recanti la data del 1768”.
(A. Bertarelli, A. Monti, Tre secoli di vita milanese nei documenti iconografici 1630-1875, Milano, 1927, p.281 e p.695).

 

La strada per Varese
“La via per Varese iniziava a Porta Giovia ed è documentata dal miliare che fu rinvenuto al 9° miglio, dal toponimo Pilastrello al 19°, dalla località Quarto Oggiaro, dalla Choesa di San Martino in Strata al 3° miliare, dal “Madonnina de Stra’ Milan” al 12° e della località Ospiate al 7°.
L’antica strada consolare era molto importante perché nel Varesotto iniziavano le grandi strade per le valli svizzere che raggiungevano la Rezia e la città di Coira, sede di un Vescovado appartenente sin dalle origini alla provincia ecclesiastica di Milano.
Partendo da Porta Giovia, proseguiva vicino alla Cagnola e poi per Villapizzone, dove l’antica parrocchiale era dedicata ai santi Martino e Apollinare “in strata”. Quarto Oggiaro, a circa 6 chilometri ricorda chiaramente il quarto miglio, mentre Ospiate, poco lontano da Bollate, richiama un antico ricovero per viandanti.
La strada proseguiva poi per Garbagnate e Caronno dove inizia un tratto di due miglia indicato nella carta militare del 1888 come ‘strada vecchia di Saronno’. […]
La strada che congiunge Milano a Coira, passando per Varese e dal Monte Ceneri, ancora nel Medio Evo era preferita dai mercanti di bestiame e dalle truppe. Questa fu anche la strada utilizzata dai missionari cristiani come testimoniano le antiche pievi di Agno, Capriasca, Locarno, Bellinzona, Biasca che sorsero lungo il suo percorso o immediatamente ai suoi lati”.
(A.Palestra, Le strade romane nel territorio della diocesi di Milano, in “Archivio Storico Lombardo” vol.104 (1978) pp.7-42)

 

Cascina Triulza
“La località “Cassina Triulza o Cascina Triulza […] entrò a far parte dei possedimenti dei Padri Certosini che nel 1349, ebbero in dono dall’Arcivescovo di Milano Giovanni Visconti estese proprietà terriere da Boldinasco a Garegnano, da Roserio alla stessa Cassina Triulza, Si presume che dal 1200 fossero sorti i primi casali rurali di proprietà della famiglia Triulza da cui prese il nome la località e che nel 1500, la comunità agricola contasse una cinquantina di unità. […] per raggiungere Cassina Triulza bisogna percorrere quasi tutta la via Cristina Belgioioso, ch’è una strada veramente singolare per la sua tortuosità e per il paesaggio circostante di aperta campagna”. Essa inizia da piazza Roserio”.
(A. Iosa, La narrazione alternativa della città, Milano, 1997, p.176).

 

 

GLI IMPATTI URBANI DI UN GRANDE EVENTO

Francesco Memo

Come possiamo valutare le ricadute che Expo ha avuto sulla vita urbana milanese e gli impatti che lascerà in eredità alla città? Il punto di partenza è chiedersi come mai le città promuovano grandi eventi come Expo. Lo fanno perché nella globalizzazione c’è una spinta crescente alla competizione urbana: le città competono per intercettare flussi internazionali di investimenti, aziende, persone (turisti), informazioni e dati. I grandi eventi sono come dei magneti che promettono di attrarre nuove risorse materiali e immateriali per lo sviluppo urbano. Se e come queste risorse siano effettivamente intercettate, “a quale prezzo” e con quali effetti di medio e lungo termine (legacy) sulla società urbana, è oggetto di ricerca e dibattito.
Il passo successivo è domandarsi quali siano le dimensioni principali attraverso le quali i grandi eventi impattano sulla città. Ne possiamo citare tre:
a) la dimensione socio-economica;
b) la dimensione socio-relazionale;
c) la dimensione urbanistica.
La valutazione socio-economica non si può ridurre al numero totale di persone che hanno visitato Expo e alle entrate economiche conseguenti. L’analisi deve ovviamente guardare ai bilanci per così dire “interni” al grande evento, ma non limitarsi a questo. Ad esempio dovrebbe guardare al rapporto tra risorse investite per l’evento in sé e per la realizzazione di infrastrutture ed amenities che rimarranno alla città, all’equilibrio tra investimenti pubblici e privati, anche per capire chi, tra gli attori coinvolti, si accollerà i debiti e le eredità finanziarie passive. L’obiettivo insomma è una valutazione dei costi e dei ricavi non solo e non tanto per i promotori dell’evento ma per la città (flussi attivati, produzione e consumo di beni pubblici, ricadute in termini di sviluppo e occupazione, sostenibilità nel tempo). Avendo bene in mente che gli impatti si distribuiscono su un sistema locale costituito da diversi settori, stakeholder e gruppi sociali, che riceveranno dal grande evento costi e benefici differenziati.
La valutazione della dimensione socio-relazionale introduce ad un campo più sfumato del precedente, ma non per questo meno rilevante. Esempi di risorse immateriali sono l’immagine con la quale la città è identificata a livello internazionale, la produzione di innovazione sociale e di nuove competenze cognitive e relazionali, il senso di appartenenza e orgoglio civico tra gli abitanti. Ancora, la creazione di nuove coalizioni tra gli attori locali (istituzioni, attori economici, società civile) o l’elaborazione di nuove politiche urbane. Elementi che influenzano in senso ampio le dinamiche sociali nella città (e la stessa economia, si pensi agli effetti di marketing territoriale) e, a date condizioni, anche la qualità della vita urbana.
Nel valutarne gli effetti di legacy bisogna però distinguere tra le retoriche elaborate al solo scopo di mobilitare gli attori e l’opinione pubblica e le risorse intangibili effettivamente attivate e “lasciate in circolo” nel sistema urbano.
La dimensione urbanistica, infine, rimanda agli impatti sull’ambiente della città, ovvero all’analisi delle dinamiche di rinnovo urbano messe in atto sul territorio. Quartieri, strutture, infrastrutture e servizi atterrano sul tessuto urbano per rispondere alle necessità della manifestazione e lasciano tracce di durabilità che incidono sul funzionamento futuro del sistema territoriale. E con questa consapevolezza che assume rilevanza un’analisi a doppio binario: da una parte il percorso che ha portato all’individuazione del sito espositivo, delle scelte progettuali e di dotazione infrastrutturale, per valutarne l’adeguatezza, i benefici e le esternalità prodotte; dall’altra, capirne il destino post-evento, in termini di destinazione d’uso e di funzioni ospitate, in rapporto ai bisogni della città e alla loro sostenibilità sociale, economica e ambientale.

NEXPO

Vittorio Biondi

Il posizionamento dell’Italia nel panorama globale delle innovazione tecnologia è decisamente migliorabile.
Nonostante tutto, la nostra capacità di fare innovazione continua ad essere riconosciuta e il contesto relativo a innovazione e start up è diventato più favorevole.
Questo potenziale rischia di perdersi per assenza di un Polo Tecnologico di eccellenza che faccia da catalizzatore.
L’area Expo può diventare il Distretto Tecnologico Italiano in grado di fare convergere l’innovazione del nostro Paese e diventare un catalizzatore per l’Europa.
Assolombarda si propone come soggetto aggregatore di diversi stakeholder al fine di verificare la fattibilità della creazione del Polo e a validare la sostenibilità economico-finanziaria dell’operazione.
Nel 2013 Assolombarda presenta un’idea progettuale, denominata “Nexpo”, di destinazione permanente dell’area al termine della manifestazione.
L’ipotesi di lavoro prevede la creazione di un nuovo polo dell’innovazione, un laboratorio di idee e tecnologie all’avanguardia, un centro di attrazione internazionale di investimenti, talenti e imprese: una vera e propria digital city, il fulcro di una Silicon Valley che può svilupparsi nell’area milanese, e attivabile grazie alle condizioni infrastrutturali e ai livelli di digitalizzazione unici e irripetibili creati da Expo. Nei settori ICT, infatti, la vicinanza fisica è un fattore critico di successo. Diverse iniziative a livello globale lo dimostrano: es. Tel Aviv, Berlino, Mosca.
Oggi, insieme ad altri partner imprenditoriali e finanziari, è possibile lavorare per trasformare questa idea in un progetto di fattibilità, secondo la strategia di sviluppo adottata dalla società Arexpo.
Nexpo potrebbe infatti integrarsi con l’intenzione manifestata dall’Università Statale di creare un campus con le proprie facoltà scientifiche e con il progetto della Cittadella dell’Innovazione di Camera di Commercio, che dovrebbe concentrarsi in Padiglione Italia:
– far leva su 5-10 attori primari per accelerare il set up del Parco, raggiungere massa critica e garantire un rendimento minimo agli investitori;
– identificare soluzioni avanzate di smart work/building che, consentendo riduzioni di costo, rendano conveniente le attività di relocation per le aziende più grandi;
– garantire una forte connotazione su settori ad alta intensità di innovazione tecnologica in grado di attrarre investimenti anche esteri.
– creare servizi di incubazione per start up innovative che valorizzino la collaborazione tra piccole e grandi aziende in modo continuativo.
– selezionare alcuni settori chiave che possono fare leva sul Programma Horizon 2020 e di “champion” di settore, facendo da catalizzatore e guida per l’ecosistema.
– creare meccanismi per favorire la contaminazione tra start up e aziende consolidate che offra vantaggi ad entrambe le parti.
Infine, per le start up: accesso a competenze specialistiche, per migliorare la credibilità ed accelerare il time to market; per le aziende consolidate: arricchimento del portafoglio di innovazione e flessibilizzazione del modello operativo (es. outplacement guidato).

ACCESSIBILITÁ

L’area Expo si colloca in un quadrante urbano da tempo oggetto di interventi e progetti di potenziamento delle infrastrutture. Tra queste, quella che ha cambiato maggiormente il paesaggio dell’area, è la linea ferroviaria dell’Alta Velocità, che conta la fermata di Rho, Rho-Fiera (Expo) e, in affiancamento alla linea storica (fermate Certosa, Villapizzone), arriva a Milano Garibaldi.
Chiave dell’attuale sistema milanese è il Passante ferroviario che ha connesso Porta Vittoria (linee est e sud-est) con Porta Garibaldi (linee ovest e nord-ovest), permettendo la messa in esercizio dei Servizi Suburbani e Ragionali, attualmente principali collettori dei flussi pendolari della regione urbana.
L’area, dunque, risulta connessa direttamente ai principali livelli di accessibilità ferroviaria, ma non è direttamente collegata all’aeroporto di Malpensa, non essendo state completate le opere di raccordo a Gallarate; si deve pertanto ricorrere alle linee FNM Malpensa Express e successivamente interscambiare con la rete urbana.
Per quanto riguarda la rete su gomma, il sito di Expo Milano 2015 è definito dal “triangolo” formato dalla A8 Milano-Laghi, dalla A4 Milano-Torino e dalla Tangenziale Ovest; a cui si aggiungono le storiche direttrici del Sempione, della Varesina e la Padana Superiore. Si aggiunge a queste la Rho-Monza (SP46) che costituisce la “gronda interna” del settore nord Milano, prolungata – proprio sul lato nord di Expo – fino all’innesto sulla SS33 del Sempione.
Da un lato, va ricordato che già in occasione dell’insediamento del “polo esterno” delle Fiera di Milano (2001-06) l’intera rete viabilistica del trasporto pubblico (prolungamento della MM1) è stata completamente rivoluzionata; dall’altro, in occasione di Expo, i principali interventi realizzati a completamento della rete esistente sono stati (vedi fig.3):
1) nuovo collegamento in variante alla SS 11 da Molino Dorino all’Autostrada dei Laghi che garantirà la connessione tra la Tangenziale Ovest (A50) e l’Autostrada dei Laghi (A8) e rappresenta il collegamento viario tra l’area di Cascina Merlata e la Strada Interquartiere Nord di Milano, favorendo l’accessibilità viabilistica al lato est del sito espositivo;
2) potenziamento della Strada Provinciale 46 Rho-Monza, a completamento del sistema tangenziale a nord di Milano, attraverso l’adeguamento delle geometrie dell’attuale viabilità, finalizzato al miglioramento della connessione tra la A52 e la A8 e tale da consentire il collegamento tra il sito espositivo e l’area della Brianza;
3) nuova interconnessione nord-sud tra la Strada Statale 11 e l’Autostrada A4 Torino-Milano (Viabilità di Cascina Merlata-“stralcio gamma”), che permette di collegare direttamente l’area del Polo Fieristico alla zona nord di Milano (Viale Certosa e asse del Sempione) senza dover percorrere la A8 o la A4 fino a Ghisolfa. L’intervento costituisce anche una variante alla SS 33 del Sempione in grado di evitare l’abitato di Pero, oltre ad essere un’alternativa verso la zona nord di Milano per le provenienze da Torino lungo la A4.
4) nuovo collegamento tra la Strada Statale 33 e la Strada Statale 11 (PII di Cascina Merlata-Via Gallarate) che permette di completare la variante alla SS 33 del Sempione, collegando lo “stralcio gamma” della viabilità di Cascina Merlata con la via Gallarate di Milano;
5) nuova variante alla Strada Statale 233 Varesina-tratto nord, che permette di migliorare il collegamento tra le città ubicate lungo la Varesina e consentirà di deviare il traffico nord-sud;
6) nuova connessione viaria tra la via De Gasperi di Rho e l’area ex-Alfa Romeo di Arese, che consente così un nuovo collegamento tra gli assi del Sempione e della Varesina ad ovest del comune di Arese con svincolo intermedio lungo l’Autostrada A8;
7) strada Interquartiere Nord di Milano, che costituisce un nuovo itinerario con caratteristiche di viabilità urbana (sul modello dei grandi boulevards), che si sviluppa trasversalmente nel settore nord della città, congiungendo l’area di Cascina Merlata e di Quarto Oggiaro, a ovest, con il nodo di Cascina Gobba, a est.

CAMPUS

Se è vero che la città borghese europea ha integrato l’insediamento universitario nella città, la matrice originaria – come ha scritto Guido Canella – è quella dell’“anticittà” ovvero luogo altro, dialettico e condensatore di attività e comportamenti innovativi; quindi, sul piano spaziale destinati ad una propria introversione: “la vita universitaria, dunque, pone le proprie basi fin dal suo nascere sul conflitto, spesso cruento: da una parte, una corporazione, costruita in compagine di diversa provenienza, ma con interessi omogenei; dall’altra, le mire, i pregiudizi, volta a volta civili o religiosi, volta a volta progressisti o conservatori, di una cittadinanza” (G. Canella, 1968).
Non pare neppure sbagliato attribuire un accentuato valore ideologico all’esperienza americana, il cui noto archetipo è il progetto dell’Università della Virginia di Thomas Jefferson (1817-1826), il quale può essere letto come “campus” per la formazione di una élite dirigenziale di credo illuminista.
Spazio del “campus”, per il vero, che da recinto elitario si trasformerà – nel lungo periodo – in luogo dell’acculturazione di massa. Non a caso oggi l’idea di “campus”, lontana da evocare barriere o isolamento, coincide con almeno quattro caratteristiche fondamentali:
– un legame con le infrastrutture di trasporto per una rapida e significativa accessibilità da un bacino territoriale ampio;
– un’integrazione funzionale delle strutture di ricerca e didattiche, e auspicabile integrazione tra settori disciplinari diversi (tema doloroso forse questo per l’attuale quadro accademico italiano, contraddistinto da una dipartimentalizzazione spiccatamente disciplinare);
– un’adeguata economia di scala, cioè dimensione sufficiente a garantire il funzionamento di servizi e attrezzature di servizio;
– una grande flessibilità capace di offrirsi alla continua evoluzione degli ordinamenti e dei sistemi di ricerca.
Nel caso milanese, l’articolazione delle sedi universitarie declina tutte le tipologie significative: dal grande complesso storico (Statale e Cattolica), al campus urbano a padiglioni (Politecnico e Bocconi), al campus foraneo (Bovisa-Politecnico e Bicocca-Statale). Il problema semmai sta nell’intendersi su ciò che differenzia la mera pluralità di localizzazioni da un “sistema”; questione cruciale che – ci pare – potrebbe essere vista non tanto in chiave interna (cioè di gemmazione o razionalizzazione funzionale), quanto in funzione di un legame più organico con vocazioni produttive e valori espressi dal territorio.
E chissà, forse allargando l’orizzonte oltre i confini municipali.

IL SISTEMA DEL VERDE

Francesca Bonfante

A nord-ovest del “nocciolo” antico di Milano, l’insieme costituito da Parco Sempione, Castello Sforzesco, Arena Civica e Foro Bonaparte costituisce il terminale urbano dell’asse del Sempione. In posizione baricentrica all’ambito urbano compreso fra via Novara, a sud, e l’autostrada dei Laghi, a nord, si collocano l’area Expo 2015, la Fiera di Rho e la Casa di Reclusione di Bollate. All’interno del “cuneo” così determinato, a partire dai primi anni del Novecento, si è consolidato un sistema di attrezzature sportive, parchi e impianti cimiteriali che ne hanno caratterizzano il paesaggio. Seguendo un itinerario che procede dal centro all’esterno si incontrano una serie di fatti urbani, tra cui: il Cimitero Monumentale (Carlo Maciachini, 1863-66), il Cimitero Maggiore (Enrico Brotti, Luigi Mazzocchi, 1884-95); il Velodromo Vigorelli (Ugo Fini, Giuseppe Baselli, 1933-35), il Lido di Milano (Cesare Marescotti, 1930), l’Ippodromo di San Siro (Paolo Vietti Violi, 1920 e successivi ampliamenti), lo Stadio di San Siro (1926 e successivi ampliamenti); il Parco Pallavicino sull’ex scalo Sempione (anni Sessanta), il Parco al Portello sull’ex area Alfa Romeo (Charles Jencks, Land srl, Andreas Kipar, 2002-11), il Parco Monte Stella (Piero Bottoni, 1953), il Parco Aldo Aniasi – ex Parco di Trenno (UTC, 1971) -, il Bosco in Città (CFU-Italia Nostra, Ugo Ratti, Marco Bacigalupo, Giulio Crespi, 1974).
Il “cuneo” intercetta l’ “arco” descritto dalla tangenziale ovest, contraddistinto da un sistema di parchi e aree verdi, delimitato a meridione dal Parco Regionale Agricolo Sud Milano (1990) e a settentrione dal Parco Regionale delle Groane (1976).

EXPO MILANO

“Nel 1889, la costruzione, in occasione della Quinta Esposizione universale, della torre Eiffel, la cui sagoma elegante sembra oggi inseparabile da Parigi, sollevò le proteste di un folto gruppo di artisti, fra i quali si trovavano personalità diverse come Zola, Meissonier, Maupassant e Bonnat. Probabilmente essi avevano intuito quel che oggi il fatto compiuto ci impedisce di percepire, e, cioè, che la torre (oltre a dare il colpo di grazia al carattere labirintico della vecchia Parigi con l’offrire un punto di riferimento visibile ovunque) trasformava la città intera in una merce consumabile con un colpo d’occhio. La merce più preziosa in mostra nell’Esposizione del 1889 era la città stessa” (G. Agamben, 1977)
La forma e l’organizzazione del sito di Expo sono figlie dell’approccio radicale e innovativo dalla Consulta internazionale che impostò il piano in origine. In fase esecutiva sono prevalse la mediazione e la concretezza, ma l’eredità di quel pensiero è più che mai evidente. Da est a ovest il decumano, che idealmente prolunga l’asse di penetrazione in città attraverso il Sempione. Da nord a sud il cardo che, altrettanto idealmente, abbraccia le periferie. Al centro, Piazza Italia. Un impianto solido, che affonda le radici nell’organizzazione degli accampamenti romani. All’interno, circondata da un canale che si approvvigiona con le acque del Villoresi, una maglia geometrica, con una scansione rigorosa dei lotti, che tendono verso i quattro punti cardinali, ciascuno segnato da un luogo emblematico: Lake Arena, Open Air Theatre , Expo Center, Collina Mediterranea.

PARCHI TECNOLOGICI

Sara Protasoni

Tra infrastruttura tecnologica e oasi protetta.
I parchi scientifico-tecnologici svolgono la funzione di integrare i bisogni di crescita innovativa delle imprese, con particolare riferimento a quelle piccole e piccolissime, e il patrimonio di conoscenza espresso dai Poli di eccellenza Tecnologica e Scientifica, dalle Università e dai Centri di Ricerca, mettendo a sistema le funzioni dei tanti soggetti che interagiscono nel campo dell’innovazione e del trasferimento tecnologico. La localizzazione all’interno di un parco scientifico costituisce spesso la principale opportunità di nascita e crescita per un’attività imprenditoriale innovativa per una serie di motivi, quali la disponibilità di strumenti finanziari e la necessità di confrontarsi con un mercato globale. In questo senso i parchi scientifico-tecnologici, al di là dell’offerta localizzativa, sono in grado di dare risposte concrete anche tramite l’attrazione dell’investimento nella primissima fase di sperimentazione dell’idea di impresa, quando è ancora da dimostrare la validità tecnica del prodotto/servizio necessario a sostenere le attività delle nuove imprese nei primi anni di vita, permettendo l’accesso, fin dall’inizio, a un network internazionale di operatori del settore.
In questo ruolo di mediazione nelle attività di trasferimento tecnologico, i parchi scientifico-tecnologici godono di una posizione privilegiata nel monitoraggio di quanto accade nel mondo delle imprese piccole e grandi e rappresentano quindi un patrimonio di esperienza e informazioni utili nel momento in cui si vogliano affrontare problematiche comuni alle imprese impegnate nella ricerca e sviluppo di nuovi prodotti.
Dal punto di vista dell’organizzazione spaziale e tipologica, la rete dei parchi scientifico-tecnologici in Italia e nel mondo evidenzia alcuni aspetti che meriterebbero un sistematico approfondimento da parte dell’architettura. Nella maggior parte dei casi si tratta di vere e proprie cittadelle della ricerca per l’impresa, collocate nei territori peri-urbani, lontani dalla civitas e spesso straniate dal contesto fisico o addirittura inserite nel sistema degli iconemi legati ai paesaggi delle infrastrutture. La loro immagine, così importante per la costruzione della loro Corporate Identity, è spesso affidata all’esibizione di “tecnicismi”, di soluzioni progettuali spicciole, di metodologie di carattere tecnologico, energetico, impiantistico, ecologico. Negli ultimi anni, tuttavia, il progetto della sostenibilità sul piano ambientale sociale ed economico (che si pone come obiettivo prioritario il mantenimento delle risorse naturali e della bio-diversità) ha condotto a sperimentare strutture insediative e figure architettoniche di diversa ascendenza, giungendo a proporre il ripristino di ampie sacche di naturalità, rievocando una natura originaria profondamente legata al luogo, o instaurando un ordine naturale riferito a un altrove che affermi la valenza planetaria (globale) del giardino contemporaneo. Un’idea di parco tecnologico, che sottende un concetto di paesaggio inclusivo fino all’incoerenza per quanto riguarda funzioni e caratteri, tra infrastruttura e riserva naturalistica protetta, orto produttivo e parco romantico delle rovine su cui l’architettura del paesaggio sta avviando nuovi percorsi di sperimentazione.

POST EXPO

Federico Acuto

Expo e città: il dibattito sulla legacy.
Il termine legacy – comunemente tradotto con eredità – è presto divenuto d’attualità nel dibattito sul post-evento e viene associato all’eredità immateriale, al suo significato generale; con qualche enfasi è stato commentato che: “Con i risultati di questo straordinario semestre riprende quella corsa alla modernizzazione che si era interrotta negli anni ‘90 e che ci aveva fatto temere che la città si rassegnasse a restare provincia”. (Corriere della Sera, 1 novembre 2015).
Ma il tema è soprattutto intrecciato al ruolo del BIE (Bureau International des Expositions), che propone l’Expo come strumento di nation branding e incentivo economico; il ri-uso viene esplicitamente visto come momento di valorizzazione del sito e di urban regeneration. Inoltre, ma non di secondaria importanza, è la prescrizione di non gravare sul sito con eventuali diseconomie, fatto che si concreta nell’obbligo dei Paesi partecipanti di provvedere allo smontaggio dei padiglioni e al ripristino delle condizioni ante quem.
La letteratura sugli “eventi eccezionali” (mega-events), che ha potuto contare sulla potente pubblicistica del mondo anglosassone (cfr. Towards an Urban Renaissance, 1999), è da collocare – a partire dalla seconda metà degli anni ’80 – proprio in relazione alle politiche di “rigenerazione urbana”, che segnano la fase di ristrutturazione postindustriale. All’interno di quest’orizzonte interpretativo, le possibili valutazioni seguono uno schema di tipo performativo, parametrato su ricadute, impatti, efficacia economica, sostenibilità ambientale; approccio questo che ha finito con l’enfatizzare proprio la questione del lascito, rispetto ad una “scena urbana” fortemente schematizzata.
Troppo spesso, si potrebbe dire, si è teso a confondere l’eccezionalità della mobilitazione di risorse materiali ed immateriali, con una presunta indipendenza o antinomia rispetto alle politiche urbane ed alla fisiologia della città; se da un lato, gli effetti di marketing urbano e discontinuità sono evidenti, dall’altro si è teso a sottovalutarne il grado di interconnessione e coerenza, talvolta di lunga gestazione, rispetto agli obiettivi perseguiti nei diversi contesti.
Per altro verso, con il pretesto di un approfondimento etimologico del termine eredità, che con la radice her (tenere) e hir (mano) evoca il concetto della “proprietà” o del “patrimonio” (semmai più prossimo a heritage, atro termine di gran moda), si potrebbe argomentare che legacy risale piuttosto al latino legatus, che tradotto dal dizionario etimologico inglese suona: appointed by a last will.
Con questa evocativa suggestione, potremmo così intuitivamente alludere ad un significato più profondo al quale il dibattito, e con esso il progetto urbanistico ed architettonico del dopo Expo, potrebbe aspirare, cioè quello di essere manifesto di un’idea di città.
In questo senso, dunque, la sfida della legacy non starà tanto nel perimetro dell’area, né soltanto in un – pur necessario – programma funzionale “forte”, che dovrà comunque evolversi nel medio periodo adattandosi alle congiunture che ci aspettano, quanto nella prefigurazione di un inedito paesaggio urbano.
“Ma devo concludere – prendiamo ancora una volta a prestito la parole di Giuseppe Samonà – mettendo in rilievo l’importanza dell’integrazione che si tenta di perfezionare tra i significati della sfera morfologica e quelli della sfera tipologica; e ciò per problematizzarne i risultati conoscitivi, enucleando nella forma della città, come disegno generale e disegno per parti, un’essenza di contenuti dello spazio fisico e sociale che resti aperta a motivazioni nuove e più profonde, che dovrebbero scaturire dalle forze della città come centro significante del panorama politico del mondo” (G. Samonà, 1959).