DIBATTITO

A fronte dell’estesa rassegna stampa apparsa sui principali quotidiani si è scelto di dare evidenza agli interventi delle principali personalità coinvolte apparsi sul Corriere della Sera.

 

Corriere della Sera, mercoledì 4 Febbraio 2015
La Statale prenota il dopo Expo: su quell’area la nuova Città Studi
di Giangiacomo Schiavi

C’è una novità sui terreni dell’Expo ed è una suggestione per Milano: una città universitaria, un campus, un polo della ricerca avanzata dell’informatica, potrebbe occupare l’area lasciata libera dall’esposizione universale. il progetto di fattibilità è allo studio del consiglio di amministrazione della Statale: si parla in queste ore di una nuova Città Studi, che prenderebbe il posto di quella esistente nella parte est di Milano, dove si trovano le vecchie palazzine delle facoltà di Fisica, Veterinaria, Agraria, Chimica, Scienze e Informatica. Può essere una svolta per il dopo Expo, la prima concreta manifestazione di interesse per un’area che terminato l’evento, se non si prende una decisione, rischia di diventare terreno per topi. L’Università con il nuovo campus e il trasferimento di oltre 18 mila persone tra studenti e professori, potrebbe creare un formidabile aggregato di scienza e ricerca, con impianti sportivi, auditorium e residenze: una superficie complessiva di 200 mila metri quadrati che lascerebbe lo spazio per altri interventi, come quello annunciato dal presidente di Assolombarda Gianfelice Rocca, che aveva parlato di creare sugli stessi terreni una Silicon Valley per favorire lo sviluppo della piccola e media impresa e non intaccherebbe il verde pubblico al quale è vincolata una parte consistente dell’area.
I costi dell’operazione devono ancora essere definiti, ma si valutano intorno ai quattrocento milioni, una cifra sostenibile solo in parte con la vendita degli immobili di proprietà dell’ateneo, che manterrebbe la sede storica di via Festa del Perdono. Una quota consistente potrebbe essere chiesta alla Cassa Depositi e Prestiti e un altro anticipo alla Bei, la Banca europea d’investimenti. Operazioni non facili che però hanno una solida garanzia: gli studenti, la ricerca, i laboratori del futuro. C’è un altro scoglio da superare: il costo d’ingresso fissato da Arexpo, la società che ha ricevuto l’incarico da Regione e Comune di trovare uno sviluppatore. Oggi è fermo a 340 milioni. Decisamente alto, come ha sostenuto uno degli ex proprietari di quei terreni, Marco Cabassi: «Li hanno pagati poco più di centoventi milioni e hanno triplicato il prezzo di vendita, neanche il privato più scaltro riuscirebbe a a fare tanto…». Bisognerebbe passare per una svalutazione dell’investimento fatta dalla Regione, in nome di un vantaggio futuro per Milano e la collettività, per rendere meno ostico l’approccio all’area Expo. Così com’è, con quel «chip» d’ingresso, nessun gruppo ha azzardato finora una qualche manifestazione d’interesse.
L’orientamento dell’Università sembra quello di procedere su una strada delineata in alcuni incontri riservati: il campus è un’idea affascinante che si svecchia di colpo l’immagine della Statale e dei suoi ricercatori confinati in edifici vecchi e fatiscenti. A questo punto il rettore dell’Università, Gianluca Vago, dovrà rinunciare al ruolo di consulente delle istituzioni pubbliche per il dopo Expo: non si può essere proponenti e valutatori. Il suo ateneo gioca una partita in proprio che impatta sui piani urbanistici della città e mette alla prova il delicato equilibrio fra le aree urbane e lo sviluppo di Milano, dentro e fuori dalle mura cittadine, nella cosiddetta Area metropolitana.
L’idea di una nuova Città Studi, come valore aggiunto per Milano, si soppesa con più pro che contro nei corridoi della Statale. A favore giocano i giovani, componente fondamentale della voce di Expo 2015, «energia per la vita». I giovani che danno speranza e innescano l’idea di futuro. Che sia un’università statale poi, solitamente bloccata da veti e burocrazie, a dirci che Milano può pensare in grande, si può considerare un buon segno.

 

Corriere della Sera, mercoledì 22 Luglio 2015
L’Esposizione non riparte da Zero. Il meglio dei padiglioni da salvare
di Elisabetta Soglio

Alcuni hanno già deciso la destinazione finale e il primo novembre saranno sul sito per iniziare la fase di smontaggio. Alcuni stanno decidendo, alcuni sarebbero disposti a lasciare il loro padiglione all’Expo e all’Italia, altri ancora lo metteranno in vendita. I Paesi stanno pensando al futuro delle loro strutture portate all’Expo milanese: quello che non è chiaro, invece, è cosa succederà ai padiglioni tematici. Domanda: cosa ne sarà, ad esempio, del Padiglione Zero, architettura esterna realizzata da Michele De Lucchi, allestimenti di Davide Rampello, con l’archivio della memoria costruito dagli ebanisti italiani, lo schermo più grande del mondo, gli animali in gesso e così via? Quello del Padiglione Zero è forse il caso più eclatante, per la bellezza, il valore e il successo di questo spazio. Di sicuro le ruspe risparmieranno Cascina Triulza, che resterà a disposizione del terzo settore, Palazzo Italia e l’Open Air Theatre che verranno inseriti nella futura cittadella dell’università e dell’innovazione. E il resto? Dalle statue di Dante Ferretti al Children Park, fino all’Expo Centre (anche questo firmato De Lucchi): che fine faranno? Verranno salvati e trasferiti altrove? Resteranno nel sito che nel frattempo avrà avuto una nuova destinazione? Il Governatore Roberto Maroni presenterà domani in un vertice a Roma un piano per una soluzione temporanea. Ma il contratto fra Expo e Arexpo, la società pubblica proprietaria dei terreni, impegna Expo a consegnare l’area «pulita» entro il 30 giugno 2016. Il problema nel problema è che, qualora si decidesse di mantenere uno o più padiglioni, i costi del futuro smantellamento non avrebbero ancora un destinatario. Così come si dovrebbe decidere chi dovrebbe regolare gli ingressi, garantire la sicurezza e così via. Ripartiamo, quindi, dalle certezze. Alcuni Paesi smonteranno i loro padiglioni per donarli a nazioni povere, all’interno di progetti di cooperazione internazionale. Ad esempio: Monaco trasferirà i suoi container nel Burkina Faso, mentre gli spazi di Slow Food verranno ricostruiti in un paese africano non ancora individuato. Altri faranno ritorno a casa: gli Emirati Arabi ricostruiranno l’avveniristico padiglione a Masdar City, la città ipertecnologica che addirittura subentrerà già in ottobre nella gestione del padiglione ad Expo. L’Azerbaijan riporterà l’intera struttura a Baku, la Svizzera vorrebbe trasformare le torri in altrettanti orti verticali da ospitare in quattro città elvetiche; il Bahrein ricostruirà in casa il giardino botanico, l’Angola farà un museo a Luanda. Ci sono poi l’Ungheria che rimonterà il padiglione a Szombathely, la città più antica del Paese. Infine, la Repubblica Ceca in quattro settimane conta di smontare tutto: l’involucro dell’edificio diventa un asilo modulare, mentre la piscina farà parte di un progetto di recupero dei lungofiumi di Praga. Anche i privati stano progettando il futuro: lo spazio di Federalimentare “Cibus è Italia” sarà ricostruito alla Fiera di Parma, il padiglione di Vanke verrà messo all’asta, mattonella per mattonella (d’autore: visto che ha la firma di Daniel Libeskind), mentre Coca Cola regalerà il proprio spazio al Comune di Milano, trasformato in campo da basket per i ragazzi. E mentre anche il Brasile è intenzionato a mettere a disposizione dei milanesi la gettonatissima “rete”, ci sono alcuni Stati che sono pronti a lasciare per un periodo più lungo il proprio padiglione nel recinto di Expo, come ad esempio era avvenuto per sei padiglioni (fra cui quello italiano) all’Expo di Shangai. Si sono già fatti avanti con questo proposito Kazakistan, Spagna e Israele: che però hanno bisogno di certezze, perché in caso contrario dovranno studiare il loro personale “Piano B”. Infine, ci sono quelli che il padiglione lo metteranno in vendita: di sicuro la Francia e il Nepal che userà le colonne intarsiate una ad una per aiutare un Paese messo in ginocchio dal terremoto.

 

Corriere della Sera,sabato 1 Agosto 2015
Asse hi-tech Bovisa-Malpensa Statale a Expo, trasloco rapido
di Pierpaolo Lio

Il banco di prova sarà il futuro dell’area Expo. Questa la sente come «la sfida», sua e di Milano. Il neoassessore all’Urbanistica, Alessandro Balducci, non vuol perdere tempo. «Bisogna fare in fretta», esorta: a definire cosa diventerà quel milione di metri quadrati e cosa ne sarà nel frattempo. «Ma i due piano non vanno separati».
Cosa diventerà il sito?
«L’importante è avere un’idea chiara di cosa si vuole fare, avere una visione. In questo senso c’è l’ipotesi che coinvolge Assolombarda e l’Università Statale che può concentrare lì i dipartimenti scientifici, un campus moderno e dare vita a una nuova città degli studi, contribuendo alla transizione che la città sta percorrendo verso l’economia della conoscenza. D’altronde, le università a Milano sono state già motore di trasformazioni: dal campus Bocconi, al politecnico alla Bovisa, fino alla Bicocca».
Qual è la sua idea?
«Immagino il post Expo come testa di un ponte di un asse dello sviluppo che dalla Bovisa, dove c’è il Politecnico, e ancor prima dallo Scalo Farini, può arrivare al sito e oltre, verso Malpensa. Una Silicon Valley, una valle dell’innovazione, un asset attrattivo per le start up».
Cosa serve, ora?
«È importante che tutti i vari soggetti, insieme, ragionino sul da farsi. La politica deve essere protagonista e l’advisor non può essere lasciato colo nella decisione».
E la governance di Arexpo?
«È chiaro che si sta allargando il campo degli attori. Rispetto all’ipotesi dell’altro ieri di una gestione interna agli attori locali, con l’intervento statale ci si può muovere in una direzione diversa che deve includere questi soggetti e deve comportare un ridisegno della governance. Naturalmente in questo processo saranno utili le riflessioni dell’advisor, ma il gioco si sta allargando e spostando».
Intanto il governatore Maroni ha un progetto sul futuro immediato del sito.
«Parlare di quali padiglioni recuperare, di cosa si può fare nell’immediato, è importante, ma una volta che abbiamo chiarito e fissato i paletti di cosa faremo. Si può anche pensare di trasformare il costo dello smantellamento delle strutture, previsto dai contratti, nel costo per la riconversione. E ragionare sul trasferimento da subito di alcuni servizi dell’ateneo. Non vanno però separati i due piani. Serve continuità».
Quali i prossimi passi?
«Nei prossimi mesi va costruito un accordo che permette alla Statale di muoversi in questa direzione. E serve una forte spinta pubblica per trasformare gli stimoli in un progetto. Delle tante cose già in cantiere, questa è quella che ha bisogno di maggiore spinta propulsiva. Va ripresa velocità, altrimenti il fulcro di questa ipotesi, la parte della Statale, rischia di venire meno. Mi preoccupa il tempo. Bisogna fare in fretta a trovare un accordo».
Altre sfide? Ad esempio lo stadio del Milan?
«Vedremo il progetto. Ci sono diverse formule in giro e ci possono essere molte alternative localizzative. Per il resto è stato fatto molto. Per alcune cose, tipo caserme e scali ferroviari, manca solo l’ultimo miglio. Poi la città è piena di operazioni che richiedono attenzione e cura».

 

Corriere della Sera, lunedì 3 Agosto 2015
Quel dibattito lasciato cadere
di Andrea Kerbaker

Al principio del 2009, l’Ordine degli Architetti di Milano mi chiese di collaborare all’organizzazione di una serie di dibattiti sull’Expo, allora appena impostata. Immaginavo discussioni sui temi allora all’ordine del giorno, in primis governance e scelta delle aree; ma, fin dal primo incontro, l’allora presidente Daniela Volpi fu chiarissima: il problema centrale, spiegò, consisteva nel dopo. «La manifestazione dura sei mesi. Poi, cosa te ne fai di uno spazio tanto grande? È una prospettiva da affrontare subito, perché poi è sempre troppo tardi». Allo scopo, si decise di scandagliare cinque manifestazioni del quindicennio precedente (Lisbona, Hannover, Siviglia, Saragozza ed Expo Suisse), inviando in ciascuna sede un fotografo di architettura, a partire da Gabriele Basilico, a documentare quanto era rimasto delle aree una volta concluse le esposizioni. I reportage confermavano i peggiori sospetti: in molti casi mostravano aree inutilizzate, degradate, punteggiate da mostri informi che una volta erano stati padiglioni. Con qualche eccezione, scenari per lo più desolanti e inquietanti, che allarmavano chiunque avesse una minima sensibilità per il decoro urbano. L’Ordine aveva visto giusto: il problema c’era, eccome. Di fronte a quelle immagini si svolsero dibattiti affollati, animati da esponenti della Milano civile accompagnati da ospiti internazionali che avevano avuto ruolo in quelle vicende. Venne, per esempio, Hans Moenninghof, vicesindaco di Hannover, capace di un coraggioso mea culpa sulla mancata programmazione del dopo, mentre Gae Aulenti raccontava di come Lisbona fosse stata più attenta e Vittorio Gregotti, sempre propositivo, formulava proposte che ha ribadito nel suo editoriale su queste pagine. Sarebbe stato, come dicono gli inglesi, food for thought per chi l’Expo aveva il compito di pensarla, ovvero la classe politica cittadina e regionale. Ma, purtroppo, ai dibattiti non partecipò nessun politico, nonostante gli inviti inoltrati più volte a molti di loro. La stessa indifferenza si ripeté a giugno alla Triennale, dove le fotografie furono esposte con il significativo titolo Expo dopo Expo e lapidarie parole di accompagnamento: «Il problema del dopo è cruciale, e impone la progettazione del riutilizzo o della dismissione programmata delle strutture espositive a Expo terminata». Parole al vento, per quel che riguarda la politica, allora e negli anni seguenti. Fino a ritrovarci, oggi, a meno di cento giorni alla conclusione di Expo, con i con progetti inesistenti e parole, parole, parole…

 

Corriere della Sera, sabato 12 Settembre 2015
Area Expo. Città della ricerca un decisione da prendere subito
di Gianfelice Rocca

Caro direttore, Expo è un successo nazionale.
Contribuisce al rilancio dell’Italia. Offre l’immagine di un Paese che crede in se stesso, nella sua eccellenza e nel suo futuro. Ora dobbiamo compiere un passo in avanti. Expo dimostra che determinazione, collaborazione fra istituzioni, organizzazione adeguata con persone trasparenti e competenti, producono grandi risultati. È ora importante che il successo di Expo produca un altro successo.
Sto parlando dell’utilizzo, successivo all’evento, del milione di metri quadrati dell’area Expo. Come imprese, siamo convinti della straordinaria opportunità di vincere insieme a Milano e all’Italia una nuova sfida di eccellenza e di attrattività. Per questo abbiamo lanciato una proposta ormai un anno e mezzo fa, ispirata ad alcune considerazioni strategiche:
1) Expo si trova al centro di un’area supermetropolitana che in un raggio di 60 chilometri addensa 8,5 milioni di persone, e produce il 25 % del valore aggiunto manifatturiero italiano. Al centro di una Regione che esporta il 40% del suo Pil. Come la Germania. E più della metà verso paesi extraeuropei.
2) Le connessioni dell’area sono eccezionali. Malpensa dista 30 km, Orio al Serio 50. Ottimo è il collegamento con le adiacenti autostrade, nonché quello diretto con le reti ferroviarie: metropolitana, trasporto regionale e Alta Velocità.
3) L’area, dal punto di vista energetico, ha oltre 200 km di fibra sul sito che consentono nuovi servizi a larghissima banda.
4) La città metropolitana e tutto il Paese hanno bisogno di una grande spinta verso l’innovazione. La Grande Milano è sede del 40% delle multinazionali presenti nel Paese. Conta 8 università, con 45 facoltà, 180.000 studenti di cui 13.000 stranieri, e 285 centri di ricerca, da cui proviene il 24% dei brevetti italiani. Ma nelle graduatorie internazionali dobbiamo recuperare il gap sui brevetti e sul trasferimento tecnologico, che si aggrava se non acceleriamo. La cooperazione tra imprese, università, laboratori, centri di ricerca, incubatori di strat up, a Milano è già realtà ed è la leva per velocizzare la sua trasformazione in Smart City.
5) I vincoli posti dal Comune di Milano, relativi a quasi metà dell’area da destinare a verde e housing sociale, sono compatibili con lo sviluppo di un grande campus tecnologico. Abbiamo atteso che le cose facessero il loro corso. Ma ora o si recupera molto rapidamente il tempo perduto, oppure il rischio è che Milano perda l’occasione di uno straordinario moltiplicatore di crescita e attrattività per gli anni a venire. Rinviare le decisioni necessarie significa compromettere il miglior uso di un’area che oggi rappresenta la punta avanzata dell’infrastrutturazione fisica e digitale della Grande Milano.
Assolombarda ha presentato il progetto Nexpo, un grande hub scientifico-tecnologico, che comprenda imprese, laboratori, centri di ricerca. Un progetto nel quale si sono innestate le proposte dell’Università Statale, della ricerca agro-alimentare, del reinsediamento di servizi pubblici milanesi. Cassa Depositi e Prestiti ha consegnato a Comune di Milano, Regione Lombardia, Fondazione Fiera e Comune di Rho, soci di Arexpo, un documento che illustra la fattibilità economico-finanziaria del progetto, e indica la criticità che occorre risolvere. A ciò si aggiunge che il Governo ha dichiarato la propria volontà di far parte della partita. È una disponibilità di fondamentale importanza. Come Expo ha avuto uno straordinario significato e ricadute nazionali, la stessa cosa accadrà se per il «dopo Expo» faremo la scelta giusta. Dobbiamo lavorare tenendo in mente che se l’Italia vuole tornare ad avere un Pil che cresce del 2% l’anno, la Grande Milano deve crescere a tassi doppi. Ciò significa attirare investimenti e capitale umano anche e soprattutto dall’esterno, come si propone la nostra idea di un grande hub della tecnologia e delle strat up. Bisogna concentrare tutti gli sforzi sulla governance. L’attuale compagine di Arexpo è frenata da vincoli di recupero finanziario. E al contempo non ha i poteri commissariali straordinari grazie ai quali Expo si è realizzato. Se non si interviene subito la struttura guidata da Giuseppe Sala resterà vincolata all’impegno dello smantellamento del più dei padiglioni e delle strutture realizzate per Expo. Occorre un commissario anche per Nexpo, e su questo il governo nazionale e i 4 Enti soci di Arexpo sono chiamati a concordare subito le procedure e le scelte da affidargli, e innanzitutto una personalità di profilo tale da garantire la realizzazione del nuovo pezzo fondamentale della Milano del XXI secolo. Si può fare, a patto di volerlo fortemente.
Non è una preoccupazione che esprimiamo solo a nome di migliaia di imprese che a Milano operano. Il rettore della Statale, Gianluca Vago, è stato altrettanto chiaro nell’indicare che i tempi sono limitati. Se passa l’autunno, la Statale non potrà che fare marcia indietro. Anche le risorse finanziarie necessarie allo sviluppo del progetto dipendono dal tempo della scelta. Prima avverrà e più certo sarà il ritorno sull’investimento rispetto al tempo di realizzazione. Per tutte queste ragioni, lanciamo un appello a Milano e al governo. Facciamo insieme del Dopo Expo un altro passo che parli al mondo della ripresa italiana. Non diamoci altro tempo. Il momento di decidere è ora.

 

Corriere della Sera, giovedì 1 Ottobre 2015
Il 56% dell’area resterà «green»
di Anna Tagliacarne

A breve inizierà lo smantellamento dell’area Expo. I Paesi smonteranno i padiglioni e anche gli spazi verdi verticali e orizzontali, che oggi raccontano differenti tecniche agricole e gli approcci dell’ambiente scelti per rappresentare progetti sul futuro del pianeta, prenderanno la via di casa. Come i frutteti del Bahrain che voleranno oltre il Golfo Persico per diventare un giardino botanico; o le conifere dell’Austria che da Rho torneranno sulle Alpi. Ma cosa succederà delle piante messe a dimora? «Le piante restano. Solo una piccola parte verrà sacrificata per necessità di cantiere», spiega la landscape designer Cristina Martone. «Arexpo, la società che subentrerà a Expo 2015, si è impegnata a trasformare il 56 percento dello spazio in area verde, qualsiasi sarà la sua destinazione. Quindi le piante rimarranno là dove sono. Probabilmente sarà diradato il numero di alberi per metro quadrato: se per esempio ora abbiamo sei piccole piante in u metro, potremo pensare di spostarne tre, co un beneficio per gli alberi quando cresceranno e ottenendo più spazio verde. Ora un occhio tecnico vede che le piante sono troppe e troppo vicine: sono state messe così per ottenere l’effetto di cui Expo aveva bisogno in pochi mesi». Il solo verde a rischio è quello a ridosso dei futuri cantieri, ma è allo studio un piano per transennarne le aree interessate. E il problema dei quattro Hortus adiacenti al Cardo, che sono ricchi di frutti, i paesaggisti di Expo pensano di risolverlo grazie alla rete di orti sociali che a Milano da qualche anno è particolarmente attiva. «Stiamo facendo un censimento di tutti gli orti sociali del milanese e vorremo che queste belle piante, che hanno bisogno di maggiori cure, prendessero la via dei contadini urbani», conclude l’esperta. «Ci sembra giusto riutilizzarle in questo ambito, e oltre tutto si tratta di alberi di ottima qualità, messi a dimora da pochi mesi, che si potranno ripiantare senza che subiscano traumi».

 

Corriere della Sera, sabato 10 Ottobre 2015
Il governo entra nella società che possiede l’area di Expo
di Maurizio Martina, Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali con delega a Expo

È davvero importante che si rifletta pubblicamente sul progetto che deve nascere nell’area dell’Esposizione Universale dopo questi straordinari sei mesi vissuti. Le proposte che abbiamo letto danno la misura della ricchezza di idee possibili da sviluppare. È certo responsabilità di tutte le istituzioni lavorare unite e raccogliere questa sfida, con un percorso davvero all’altezza delle potenzialità che il Paese ha espresso con Expo, a partire dal suo tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Per questo motivo ciò che si realizzerà in futuro dovrà essere coerente con il contenuto espositivo costruito fino a qui.
Alcuni spazi emblematici, penso in primis a Padiglione Zero e Palazzo Italia, dovranno poter rimanere a testimonianza della bellezza e della profondità del lavoro fatto. Di certo per un progetto così complesso e imponente, occorrono metodo e merito chiari. Sul metodo siamo avviati sulla strada giusta. Governo, Regione e Comune ereditano una situazione complessa, dovuta a scelte precedenti, ma stanno lavorando insieme per avere una guida operativa chiara. A partire da Arexpo, la società proprietaria dello spazio espositivo, in cui il governo entrerà ufficialmente. Sul merito del progetto vorrei offrire la mia personale riflessione. Il lavoro che il Paese ha fatto sui temi di Expo rileva potenzialità straordinarie. Bisogna darsi un orizzonte di medio periodo e collocare il tema nello scenario delle future aree metropolitane, a partire proprio da Milano, come luoghi strategici nella competizione globale. L’aspetto fondamentale riguarda l’identità di questo progetto. Qui c’è il cuore delle scelte da compiere. Io penso che la chiave possa essere quella di investire i nostri sforzi per proporre una avanzata città della conoscenza: il nostro Max Planck delle «energie per la vita». Siamo il Paese della long life, secondi solo al Giappone. Possiamo diventare leader per le tecnologie umane lavorando a un nuovo approccio interdisciplinare a sostegno di programmi di invecchiamento sano e allungamento dell’aspettativa di vita, a partire da nutrizione, medicina, welfare, ambiente e patrimonio culturale. Si può fare unendo le tecnologie per il benessere (come la robotica di assistenza), le nanotecnologie per la salute e la medicina di precisione (siamo tra i Paesi più avanzati), le frontiere della ricerca agricola e alimentare, i tanti settori della manifattura strettamente collegati a questi fronti. Sarebbe questo un gigantesco investimento sul futuro, da realizzare attuando un virtuoso partenariato tra pubblico e privato. In questa cornice, la proposta avanzata dall’Università Statale di costituisce potenzialmente il primo passo sostanziale. E anche l’avvio del progetto «Feeding The Planet», promosso insieme dai ministeri dell’Agricoltura, dell’Istruzione, dell’Ambiente e della Salute, quale piattaforma internazionale di conoscenza sui contenuti sviluppati durante Expo, contribuirà concretamente a questo scenario. «Nutrire il pianeta, energia per la vita» ci ha indicato una strada che può consentire all’Italia di completare il suo posizionamento strategico accanto alle storiche presenze di Fao, Ifad, Wfp a Roma e Efsa Parma, a Milano si può compiere il salto di qualità. È anche una questione geopolitica di estrema rilevanza. Se Expo Milano 2015 è stata a tutti gli effetti la metafora del cambiamento necessario al Paese, oggi ci consegna questa occasione che andrà oltre la sua conclusione il prossimo 31 ottobre. Non servono progetti faraonici, ma idee ambiziose. Starà di certo a noi rimanere all’altezza di questa sfida.

 

Corriere della Sera, lunedì 12 Ottobre 2015
Patto per il Dopo Expo
A cura di Sergio Rizzo ed Elisabetta Soglio

Maurizio Martina, ministro per le Politiche Agricole ed Expo
“Ci sono risorse straordinarie e l’impegno del governo”.
«Questi mesi ci hanno dimostrato che Milano e il suo territorio hanno risorse davvero straordinarie. Vedo dunque une grandissima occasione per tutto il Paese, anche se siamo consapevoli dei rischi. Pur senza avere un ruolo operativo, in questo periodo abbiamo lavorato intensamente perché ci sentiamo corresponsabili. Arexpo cambierà natura: prima doveva semplicemente vendere i terreni, ora dovrà sviluppare l’area. E il governo ci sarà con una quota importante in Arexpo perché Milano possa diventare l’apripista per affrontare il problema delle città metropolitane. Per il successo dell’operazione bisogna dare un’identità chiara attorno a cui costruire tutto il resto. L’impegno dell’Università Statale è importante perché esiste una connessione evidente fra il tema di Expo e la nuova frontiera delle scienze della vita. Per quanto riguarda i tempi, distinguerei la necessità di impostare il lavoro rapidamente dall’avere un risultato subito. Il nostro Paese deve smettere di giudicarsi solo sulle tempistiche: sarebbe un grosso errore se a settembre 2016 partisse la polemica perché sul sito non c’è ancora nulla. L’importante è che si lavori a un grande progetto che necessita di una sua maturazione».

Giuliano Pisapia, sindaco di Milano
“Un patto tra le istituzioni. E batteremo la corruzione”.
«Che sia una sfida difficile non c’è alcun dubbio. Non possiamo nascondere i tanti problemi che ci sono stati, a cominciare dai tre anni di ritardo con cui siamo partiti. Ma in questi mesi non si è stati affatto fermi: ci siamo continuamente confrontati in via riservata. Avrebbe dovuto esserci un vertice a Roma giovedì scorso, per impegni del ministro è stato rinviato di pochi giorni. Partiamo da una base di partenza che gode di consenso unanime e in questo periodo ho ricevuto altre offerte anche da provati, come quella che mi è stata fatta da Illy per Altagamma, pronti ad entrare nella partita con un finanziamento importante. So che di mezzo avremo la campagna elettorale, ma sono certo che ciò non creerà ostacoli e il patto istituzionale stretto fra noi continuerà. Dopo il primo passo, l’ingresso del governo in Arexpo, dovremo affrontare il tema del protocollo d’intesa. Sono certo che in Italia è possibile fare grandi opere in tempi ragionevolmente celeri, senza infiltrazioni mafiose o corruzione».

Gianluca Vago, rettore dell’Università Statale
“I segnali sono positivi. Ora serve chiarezza sul futuro”.
L’assetto di Arexpo è un punto centrale e considero una svolta il fatto che il governo abbia deciso di prendere in mano la situazione. Questa convergenza di intenti è assolutamente positiva. Se il progetto funzionerà avrà dimensione nazionale. Quindi dovremo valutare bene i contenuti: perché un conto è investire, per esempio, su una dorsale digitale, altra cosa declinare il tema delle scienze umane che poneva Martina. Bisogna capire che connessione si stabilisce. Serve chiarezza sulla destinazione d’uso, va tutto scritto e formalizzato: è a parer mio la cosa più importante. Quanto alla gestione, è necessario ricondurre tutto a un’entità ben definita, ma non saprei dire se un commissario o la società Arexpo. Serve però di sicuro un punto di riferimento chiaro»

Aldo Fumagalli, vicepresidente di Assolombarda
“Tante dimostrazioni d’interesse da aziende grandi e piccole”.
«Anche per noi quelle del governo sono dichiarazioni importanti. Avevamo auspicato un coinvolgimento diretto nazionale proprio perché Expo è stato costruito come patrimonio di tutti. Perché un’operazione come questa abbia successo occorrono tre elementi: condivisione, governance adeguata e un gruppo di cervelli, architetti, urbanisti ed economisti a cui affidare il compito di sviluppare un business plan che stia in piedi. Da parte nostra abbiamo proposto un hub della conoscenza con studenti, università e imprese. Non ‘è da inventare nulla, basta seguire gli esempi di chi nel mondo ha già declinato questo tema come a Berlino, Londra e Mosca. Insistiamo sul fatto che non si possa prescindere dall’information technology, considerando fra l’altro che il 50 per cento del biotech italiano è concentrato nell’area di Milano. Che il governo entri in Arexpo è certamente positivo, ma serve anche un salto di qualità in tempi rapidi. Abbiamo ricevuto tante dichiarazioni di interesse da aziende grandi, medie e anche piccole. Ma tutte vogliono sapere cosa, come e quando: abbiamo bisogno di un interlocutore unico e operativo».

Giuseppe Sala, commissario unico di Expo
“Un piano finanziario concreto ha bisogno anche del privato”.
«Dev’essere chiaro che il pubblico da solo non va da nessuna parte. Non ha risorse, capacità e attitudini. Rivediamo l’esempio di Expo: il privato, riconoscendo in questo management conoscenza e professionalità, ha compiuto un atto di coraggio con la concretezza di chi è abituato ad affrontare passaggi del genere. Bisogna trovare una persona capace che però, se non è un avventuriero, vi chiederà subito un piano e i soldi a disposizione. Si parla di Cassa Depositi e Prestiti: ma la banca dello Stato non può fare investimenti se non ha un ritorno garantito. E un piano finanziario concreto ha bisogno di una sponda nel privato. Suggerisco dunque di accelerare la riflessione sulla governance, ricordando che quella è un’area d’oro. Il polo universitario è una idea straordinaria e credo che se si muove il primo passo gli altri arriveranno. Abbiamo appena fatto un incontro con tutti i privati partner di Expo: perché lasciar morire questo patrimonio di aziende che invece potrebbe giocare un ruolo decisivo nello sviluppo futuro?».

Diana Bracco, presidente di Expo 2015 spa
“Abbiamo prone gli alloggi per ospitare gli studenti”.
«La partecipazione del privato è certo una necessità, e può diventare anche un pungolo per il pubblico. Poi però sento tanti buoni propositi, e vorrei anche chiarezza. Rettore Vago, le dico che ho a disposizione 500 mila metri quadrati. Lei che cosa ha intenzione di portarmi, soltanto laboratori o anche gli studenti» (Vago risponde: «Io penso di trasferire nell’area dell’Expo mezza università. Tutte le facoltà tecnologiche, per capirci. Parliamo di ventimila studenti»). «Se arrivano gli studenti abbiamo già pronti per loro e per i docenti gli alloggi di Cascina Mediata. Sono qui anche a rappresentare la Camera di Commercio ci eravamo offerti di trasferire alcuni dei nostri uffici dentro palazzo Italia, che praticamente è già pronto all’uso. E poi dico anche al sindaco: il tribunale dei brevetti, estremamente qualificante e aperto all’Europa, non avrebbe senso in questo contesto? Infine, che tempi possiamo prevedere? Sappiamo tutti che ci vorranno almeno quattro anni».

Fabrizio Sala, assessore ad Expo, Regione Lombardia
“Investiamo altri 50 milioni. Ci convince l’idea della Statale”.
«Sono d’accordo con il sindaco quando dice che qui sta funzionando il patto istituzionale e funzionerà ancora meglio quando anche il governo sarà in Arexpo e avremo tutti e tre ugual peso. Crediamo che l’Expo di Milano abbia segnato l’inizio di un nuovo modo di interpretare le esposizioni universali e quindi possiamo immaginare anche un nuovo modo di affrontare i dopo-Expo. A questo proposito la Regione Lombardia è disponibile a rinunciare al capitale investito per l’acquisto dei terreni e ad investire altri 50 milioni in Arexpo. Molte delegazioni economiche internazionali vengono da noi: siamo capaci di attrarre capitali, ma forse dovremmo imparare a governarli. L’idea della Statale ci convince. Così come quella del polo tecnologico, anche perché l’errore più grosso sarebbe quello di limitarsi a concepire l’operazione come il semplice trasloco di sedi di multinazionali. Quell’area dovrà generare una nuova ricchezza e noi siamo disposti ad investire sapendo che passerà un po’ di tempo prima di avere un ritorno».

Leopoldo Freyrie, presidente dell’Ordine degli Architetti
“Anche in Italia si può lavorare senza commissari e leggi speciali”.
«Di fronte ad un progetto del genere bisogna fissare punti certi. Qual è la vocazione dell’area di Expo? Quanti sono i soldi a disposizione? E solo per arrivare a definire queste cose, ad essere molto bravi, servono mesi. Il coraggio sta nello sperimentare con la didattica, integrando con la produzione e il ruolo della conoscenza. Aggiungo una cosa: non mi piace che si stia già pensando a procedure speciali anche per il dopo Expo. Forse è arrivato il momento di dire che siamo cresciuti e vogliano essere capaci di fare da soli senza commissari e leggi speciali. Ora si stanno rimettendo a posto alcune cose. Per esempio si sta predisponendo il nuovo codice degli appalti. Bene, il dopo Expo potrà essere il banco di prova per vedere se funziona».

 

Corriere della Sera, martedì 13 Ottobre 2015
Cascina Merlata, cresce il villaggio
di Giacomo Valtolina

Nel futuro (ancora) incerto dell’area Expo – tra ipotesi di cittadelle universitarie, dell’innovazione e dello sport – oggi c’è una certezza. È il progetto immobiliare di Cascina Merlata, porta Ovest del sito espositivo di Rho-Pero, al confine con i terreni di Arexpo. Si tratta di un’area di 540 mila metri quadrati composta da 11 torri di housing sociale (di cui sette già realizzate e adibite, a tempo, a villaggio dei delegati dell’Esposizione universale), per 684 appartamenti su 52.500 metri quadrati. Con 127 mila metri quadrati di edilizia convenzionata, ora gestita da cooperative, 200 mila metri quadrati di parco pubblico; 65 mila metri quadrati di centro commerciale. Infine, 143.500 metri quadrati di edilizia libera, con i bandi per i primi due lotti (31 mila metri quadrati) aperti a studi di architettura (che comprendano almeno un professionista under 35) con scadenze il 16 ottobre (per la registrazione sul sito) e il 30 novembre (per gli elaborati). Allora verranno scelte le migliori dieci proposte, e a febbraio sarà eletto il vincitore. Expo permettendo: «I tempi sono fondamentali per noi – spiega il presidente di EuroMilano, il professore Luigi Borrè – ma lo sono anche per Arexpo. Siamo pronti a collaborare per un progetto che alla fine risulti armonioso e ben integrato».
D’altronde EuroMilano – azionariato composto da Canova 2007, Intesa Sanpaolo, la società di cooperative Prospettive Urbane, Unipol assicurazioni – ha tenuto in stand-by le aree di edilizia libera proprio per consentire all’Expo di utilizzarle come parcheggi dei bus. E le sette torri di housing sociale, come detto, sono oggi «prestate» all’Expo Village. Ma l’incertezza non gioca a favore di nessuno: «I primi a essere interessati a non lasciare l’area ferma per anni sono i dirigenti di Arexpo – precisa Borrè –. Perché ciò che rende quell’area così appetibile, direi unica in Europa, sono le sue dotazioni tecnologiche su terreni così grandi, all’altezza dei grandi e moderni progetti americani o cinesi. Tenere fermo tutto ciò significa, con il passare degli anni, renderlo obsoleto. E meno attrattivo. Noi siamo per un progetto diversificato, una soluzione mista che includa sia una parte pubblica, il polo della ricerca, sia una privata».
Il progetto immobiliare – con giardini, scuole, asili e spazi commerciali – è considerato il più grande d’Italia per quanto riguarda il social housing. Appartamenti «classe A»» (teleriscaldamento dal termovalorizzatore di Figino), inseriti in un contesto di infrastrutture già pronte (mezzi pubblici, innanzitutto), in «un’area urbana, quella del quadrante Nord-Ovest di Milano, tra le più interessanti d’Europa», come la definisce Borre.
Le assegnazioni partiranno a fine mese (prenotazioni già aperte), con canoni calmierati e tre modalità di vendita. Si faccia l’esempio di un appartamento da 80 mq: il 31 % degli appartamenti è disponibile con contratto di affitto 25ennale (da 65 euro/mq, 430 euro al mese, 5.200 l’anno); il 38% con vendita diretta (da 2.160 euro/mq); il 38% degli appartamenti con il rent to buy; cioè un affitto al fine dell’acquisto (da 7.800 euro l’anno, con il 70% in acconto presso).
Il bando sarà gestito da Fondo Hs Cascina Merlata. Requisiti minimi: i limiti reddituali fissati dalla Regione per l’edilizia agevolata e nessuna assegnazione precedente. Questo per le prime sette torri (397 alloggi). Gli altri quattro edifici verranno realizzati entro il 2018 (293 alloggi).
Già in via di realizzazione, infine, la parte di edilizia convenzionata con 127 mila metri quadrati ceduti da EuroMilano a cooperative come Filca, Cmb, Abritare. Ecopolis e Città contemporanea all’inizio del 2012.

 

Corriere della Sera, martedì 20 Ottobre 2015
I coni d’ombra del dopo Expo
di Marco Garzonio

Mancano due settimane alla fine di Expo e a misura della sua riuscita qualcuno fantastica un prolungamento per soddisfare la crescita esponenziale di richieste dei ritardatari. Prima ironie sul possibile flop (da qualcuno anche auspicato, in base alla logica del tanto peggio tanto meglio), adesso la rincorsa per salire sul carro del vincitore. Un copione purtroppo noto da noi, dove ogni evento viene «buttato in politica» e usato a prescindere dai contenuti.
Nella logica dei campanili contano le appartenenze e le etichette, non la validità o meno delle iniziative. Potrebbero esser fatte invece convergere le energie di istituzioni, cultura, professioni, forze sociali su un patto: un percorso da seguire, obiettivi da proporsi, attori «pubblici» che si impegnino nero su bianco sul dopo. Il successo di Expo ha infatti due facce. Una luminosa, brillante, piena di promesse e speranze. L’altra con zone d’ombra e foschie che vanno diradate, in considerazione del momento di particolare visibilità della città. Due esempi per dire il trend positivo. Uno: è emerso che Milano ha un pezzo di valida classe dirigente, tanto che Giuseppe Sala viene indicato da molti come candidato sindaco. Anche la politica, con pezzi di centrosinistra, sembra disposta a rinunciare ad un esponente per affidarsi a un personaggio trasversale, esempio dell’ambrosianità pragmatica, che non si arrende e alla fine porta a casa il risultato. Due: l’aria che si respira, che è di internazionalità, ma anche di luoghi rivitalizzati. Darsena, Musei, vie, piazze, chiese, teatri, concerti.
Le zone d’ombra vengono dalla politica. Incertezze e mal di pancia pongono il problema di quanto le istituzioni riescano a seguire i mutamenti e a governarli o finiscono per inseguirli perdendo spesso il treno. Scadenze elettorali e vicende giudiziarie complicano più che far vedere sbocchi e progettualità. Le candidature per il Comune sono un sano esercizio democratico, ma rischiano di sequestrare il confronto su idee e proposte per realizzarle. Il quadro è logoro, tanto che alla fine poco importa al cittadino che il centrosinistra punti sul coinvolgimento con le primarie, mentre il centrodestra sembra più orientato ad affidarsi al dominus Berlusconi. Quanto alla Regione, v’è l’incognita dei guai giudiziari. In mezzo, sta il convitato di pietra: l’area metropolitana. Nei nuovi assetti locali doveva rappresentare la governance del territorio, un salto in termini di partecipazione e qualità degli interventi; ma le approssimazioni della politica l’han resa come l’araba fenice: «Che vi sia tutti lo sanno, dove sia nessuno lo sa».

 

Corriere della Sera, giovedì 22 Ottobre 2015
Nella Cittadella di Expo un polo innovativo per la bioagricoltura

Ecologia. Il nostro Paese è già oggi leader del settore nonostante il grave ritardo accademico e istituzionale. Per questo abbiamo bisogno di un parco scientifico che faccia da propulsore.
Caro direttore, seguiamo e raccogliamo l’importanza del dibattito avviato dal Corriere sulla destinazione dei luoghi di Expo 2015. Rappresentiamo 50 mila aziende biologiche e biodinamiche italiane, con un fatturato di oltre 3 miliardi di euro, estese ormai sull’11,2% della superficie agricola nazionale. Condividiamo l’urgenza di una scelta che capitalizzi i grandi sforzi compiuti dal Paese su Expo, perché oltre Expo resta l’impegno a nutrire il Pianeta di cibo, idee e pratiche nuove. Il nostro Paese è già oggi leader della bioagricoltura, nonostante il grave ritardo istituzionale e accademico. Valorizzando la sussidiarietà, l’Italia avrebbe tutte le caratteristiche per proporsi al mondo come la piattaforma di una grande innovazione agraria e industriale in senso ecologico. Per questo il settore del biologico e biodinamico ha messo il massimo impegno nel fare la sua parte in Expo, animando l’Area della biodiversità con Bologna Fiere, proponendo contenuti, urgenze e soluzioni. Il settore è oggi determinato a far sorgere un’istituzione di ricerca e alta formazione e vuol metterla a disposizione del Paese, con l’auspicio che diventi parte qualificante di un grande hub per l’innovazione, dove oggi sorge Expo 2015. Vogliamo raccogliere e coltivare ciò che può rispondere ai principali problemi del pianeta e portare l’Italia a diventare il polo più avanzato per le nuove tecnologie dell’ambiente. Al Forum internazionale del bio, che è stato fondato in Expo, sono giunti contributi scientifici dal mondo più avanzato, ma è apparso a tuffi chiaro che non ci sono istituzioni vocate all’agricoltura a sud delle Alpi. Occorre quindi un’istituzione partecipata per rispondere, con azioni concrete, alla richiesta pressante di sfamare il mondo, salvare il patrimonio rurale, risanare l’ambiente, procurare energie rinnovabili, sviluppare tecnologia sostenibile. Abbiamo creato nostre strutture, ma vogliamo fondare un’istituzione che dia vita a istituti di ricerca partecipati dagli agricoltori, a una formazione professionale seria, a scuole, a corsi di laurea in biologico e biodinamico, così come oggi auspica il ministro dell’Agricoltura Martina. Per questo noi ci candidiamo al tavolo di lavoro per il dopo Expo. Facciamo dunque sorgere nei luoghi di Expo, in una cittadella dell’innovazione, i servizi, gli studi e la formazione per l’agricoltura biologica e biodinamica. Lo stesso parco divenga il luogo per il miglioramento della bioagricoltura e si diffonda il modello in altre regioni del Paese. Abbiamo bisogno di sementi pensate per il nostro metodo agricolo, con una grande adattabilità all’ambiente, con una forte agrobiodiversità, invece di essere costretti a usare mezzi più adatti all’agricoltura convenzionale. Utilizziamo ancora troppo le fonti energetiche fossili e invece servono macchine a risparmio energetico, con una forte presenza delle fonti rinnovabili. Dobbiamo prepararci ai cambiamenti climatici, con tecniche che rispondano alla desertificazione e alle alluvioni. Occorre una ricerca per aumentare il valore nutrizionale degli alimenti, la loro durata, la vitalità e, dove necessario, le rese. Servono studi e competenze per eliminare l’uso agricolo di sostanze tossiche, di cui non ci sarebbe bisogno se ci fosse conoscenza. Dobbiamo ricercare modelli alimentari che incidano positivamente sulla salute. Bisogna studiare nuovi criteri e analisi della qualità e della vitalità degli alimenti. Bisogna diffondere una cultura d’impresa a impatto sociale per garantire la sostenibilità delle aziende agricole in connessione col mondo economico. Dobbiamo recuperare la cultura alimentare fin dall’infanzia, progettare le vie della sostenibilità per le sane pratiche agricole, artigianali e industriali. Da subito occorre lavorare a nuovi modelli di sviluppo, che siano esemplari ed esportabili su scala internazionale. Per tutto questo occorrono un piano sistemico e partecipativo, risorse e strutture. Pur senza un’azione di sistema, l’agricoltura biologica e biodinamica italiana sta innovando profondamente la coralità e questo ha portato a fatturati che, in tempi di crisi, aumentano annualmente con percentuali a due cifre. È una ricetta che va resa forte nel Paese. Ma occorre far presto, lo stato dell’ambiente, la dispersione delle competenze professionali, la progressiva chiusura delle aziende storiche impongono investimenti in bioagricoltura, per l’urgente messa in campo della sapienza e la sua applicazione nelle politiche di sviluppo.

Carlo Triarico (Presidente Associazione agricoltura biodinamica) Vincenzo Viziali (Presidente Aiab) Federico Marchini (Presidente ambio Cia) Duccio Campagnoli (Presidente Bologna Fiere) Ignazio Garau (Direttore Città del Bio) Paolo Carnemolla (Presidente FederBio) Paolo Parisini (Presidente Fnp Agricoltura biologica di Confagricoltura.) Maria Grazia Mammuccini (Vicepresidente Navdanya. Lnternational)